Presidenziali 2012/Libia: Romney attacca Obama, ma è un boomerang contro se stesso

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Roma, 13 set. (TMNews) - Non ha perso tempo ieri Mitt Romney a cercare di sfruttare il dramma di Bengasi, attaccando il presidente in carica Barack Obama. Ma la sua tattica è diventata un boomerang e dalla stampa Usa oggi piovono critiche. La prima reazione dello sfidante repubblicano all'assalto del consolato Usa nella città libica, martedì sera, è stata di accusare l'amministrazione Obama di "simpatizzare con gli assalitori". Ieri mattina, quando gli Usa si sono svegliati scoprendo che fra le vittime di Bengasi c'era l'ambasciatore in Libia Christopher Stevens, Romney ha tenuto una conferenza stampa asserendo che Obama di fatto "ha chiesto scusa per i valori americani". Sono accuse che un editoriale del WASHINGTON POST oggi bolla come "volgari" e tali "da screditare la sua campagna elettorale".

Non solo; secondo il Post - e l'editoriale, a due mesi dalle presidenziali, è quasi un "endorsement" per Obama - stupisce che Romeny non abbia avuto nulla da dire contro il film che ha scatenato le violenze, "spregevole e bigotto", e contro "tanto odio diretto contro una grande religione" come l'Islam. Mentre Obama, promettendo " giustizia" per Stevens,"ha trovato il tono giusto, dicendo che 'respingiamo ogni sforzo di denigrare le convizioni religiose altrui' e che però 'non esiste giustificazione per questa violenza senza senso'".

Il NEW YORK TIMES definisce lo scontro fra i candidati presidenti come "il più vivace finora sui temi di politica estera", e tale "da mettere Romney sulla difensiva: ha cercato di segnalare la sua diversità rispetto al presidente e le sue credenziali come potenziale comandante in capo".

E il LOS ANGELES TIMES commenta: "la rapidità di Romney nell'attaccare l'amministrazione fin da martedì sera sembra violare la tradizione che vuole almeno uno sfoggio di unità nazionale di fronte a una minaccia esterna". Molti anche fra i parlamentari repubblicani non hanno affatto apprezzato secondo il quotidiano della costa ovest, che ne ha intervistati diversi e osserva che per alcuni Romeny non è apparso abbastanza dignitoso e "presidenziale" nei suoi commenti. Come osserva il LAT, "anche in una campagna dominata da temi economici, per molti elettori la gestione delle crisi estera resta un punto qualificante per un presidente e nei sondaggi Romney su questo tema è costantemente dietro Obama".

(di Marcello Campo) (ANSA) - WASHINGTON, 28 SET - Per il New York Times, il filo conduttore è il disprezzo dei giovani per le urne: dagli 'indignados' di Madrid, ai sit in di New York davanti a Wall Street, passando per le proteste di Atene, Londra, e le manifestazioni in India e in Israele. In tanti angoli del pianeta scosso dalla crisi, una nuova generazione è scesa in piazza. E oltre alla rabbia contro la disoccupazione, i tagli alla spesa pubblica e i governi spesso corrotti e incapaci di reagire alle difficoltà economiche, il cemento che lega questo movimento globale è la sfiducia verso la democrazia rappresentativa. Anzi, quasi un vero e proprio rifiuto del voto. Oggi, in tutto il mondo, si organizzano cortei, manifestazioni, non solo per contestare le leadership ma anche il processo democratico grazie al quale sono state selezionate, con la crescente convinzione che le elezioni sono inutili, non sono più un sistema adeguato a risolvere i problemi dei cittadini di fronte alla crisi economica sempre più grave. Spinte dalla mobilitazione attraverso il web, questa ondata di malcontento trascina tutto e tutti, non cerca mediazioni tradizionali con partiti e sindacati, ma punta alla partecipazione diretta, figlia proprio della cultura della rete. E' il concetto centrale dell'articolo che oggi apre a tutta pagina il New York Times, dal titolo "Proteste in tutto il mondo, cresce il disprezzo per il voto". La tesi trae spunto da una frase di Marta Solanas, una giovane spagnola di 27 anni che nei mesi scorsi ha aderito al movimento degli 'Indignados'. "I nostri genitori erano felici perché dopo decenni di dittatura franchista hanno potuto votare. Noi - afferma - siamo la prima generazione a dire che il voto non ha più alcun valore". Secondo Nicholas Kulish, l'autore dell'articolo, ovviamente a provocare questo clima di sfiducia e isolamento politico è stata la drammatica crisi finanziaria che s'é trasformata ovunque in crisi economica, indebolendo i capisaldi di qualsivoglia giustizia sociale. Con la crescita esponenziale delle diseguaglianze di reddito, in presenza di recessione e di alti tassi di disoccupazione soprattutto giovanile, è aumentata l'incertezza per il proprio futuro e la protesta contro i governi. Un sentimento di rabbia e impotenza che ha provocato i primi scioperi e che in alcuni casi, come a Londra e ad Atene, é sfociato in vere rivolte violente. Un fenomeno che non riguarda solo l'occidente. E' interessante notare come a scendere in piazza ci sono anche i giovani indiani e israeliani, in paesi dove c'é crescita e la crisi non ha provocato danni paragonabili all'Europa. Anche qui si sono visti cortei imponenti contro i politici, nessuno escluso, accusati di essere troppo legati a interessi particolari, e di non occuparsi di salvare la classe media. Il Nyt cta anche il caso di Anna Hazare, l'attivista indiano che dopo 12 giorni di sciopero della fame ha ottenuto che il Parlamento approvasse norme anti-corruzione. Ma anche le storiche manifestazioni dei giovani israeliani. Il Nyt cita le parole di Yonatan Levi, un giovane israeliano di 26 anni, secondo cui "il sistema politico ha abbandonato i cittadini". E tanti esperti che, parlando dei rivoltosi di Londra, li descrivono come ragazzi disperati, che non hanno futuro e non rischiano nulla perché non hanno nulla da perdere. "C'é in tutto il mondo un sentimento di crescente delusione - sintetizza amaro l'autore dell'articolo - appena 20 anni dopo che il capitalismo celebrò la vittoria finale della democrazia sul comunismo e le dittature del novecento". (ANSA).

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