Angolo del Direttore

statue_of_liberty_911_600x450 11 Settembre 2001/Dieci anni dopo, il mio ricordo...

Di Massimo Jaus

NEW YORK. Sono passati dieci anni, ma il ricordo è lucido, come se tutto fosse successo ieri mattina. Quell'11 settembre 2001 a New York era una mattina senza nubi, cielo azzurro e cristallino. Mia moglie era andata ad un seggio elettorale di Brooklyn a fare la scrutatrice perchè si votava per le elezioni primarie. E quella mattina accompagnai io i bambini all’autobus per mandarli a scuola. Lo schoolbus passava alle 8:55 all’angolo di casa. Una giornata piena di sole, ma un po’ frizzantina. Non sapevo se mettere un pullover leggero ai bambini o meno. Tornai a casa e alla tv venivano mostrate le immagini del World Trade Center. L’elicottero del traffico della stazione televisiva ABC News dava le immagini e il pilota-reporter diceva  “C’è del fumo che esce dal World Trade Center. Un piccolo aereo da turismo si è schiantato sul grattacielo”. Immediatamente pensai al mio amico Lucio Caputo che aveva l’ufficio dentro le Torri e con cui, proprio quel giorno, sarei dovuto andare a pranzo. Torno alla fermata dell’autobus scolastico con un gilè che mio figlio più piccolo si rifiuta di mettere. Arriva l’autobus e i bambini vanno a scuola. Rientro a casa e vado davanti la tv per sentire le ultime notizie e per prendermi il secondo caffè della mattinata. 

ground_zero_2Arrivano le prime correzioni: non si trava di un piccolo aereo da turismo, ma di un volo dell’American Airlines partito da Boston. “Strano” penso, in una giornata così piena di sole, con una visibilità perfetta, come fa un aereo a schiantarsi su un grattacielo. A dire la verità c’è l’aeroporto di Newark in quella direzione. Penso ad un errore di calcolo da parte del pilota. Decido di telefonare a Lucio Caputo. E’ preoccupato. “Ho sentito un forte boato - dice - e il palazzo ha vacillato”. Gli racconto quello che sto vedendo in televisione. Alle 9:06 un secondo aereo colpisce l’altra torre. Mio Dio! Altro che incidente aereo!  “Lucio scappa. Scappa Lucio” e Lucio Caputo che già era pronto e, forse a dire la verità, troppo educato per attaccarmi la cornetta del telefono e scappare via dal palazzo, non se lo fece ripetere due volte. “Ciao. Ci sentiamo dopo”. Il dopo è durato giorni poichè, dopo il crollo della Torre, non avevo il coraggio di telefonare. “Ce l’avrà fatta? Mi domandavo”.

Poi tutti i telefoni cellulari della zona non funzionavano più per via dei trasmettitori distrutti dai crolli. E a casa mia, dalla mia family room, incollato davanti la televisione, vedevo prima una torre, poi un’altra crollare. Nuvole dense di fumo, polvere e detriti. Mi vengono i brividi ora, dieci anni dopo, solo a ripensarci. Mi feci il segno della Croce. Chissà quante persone erano morte in pochi secondi. A bocca aperta seguivo ipnotizzato le immagini in tv. Le ambulanze, le sirene, la gente coperta di polvere che si copriva il viso solo per respirare.  Telefono in redazione. E’ troppo presto per tutti. C’è solo il mattiniero collega Franco Borrelli, che si occupa di Oggi 7, il settimanale della domenica di America Oggi, con il quale parlo. Lancio l’allarme e lui sintonizza la televisione in redazione sul canale CNN. Chiedo del direttore, Andrea Mantineo. Ma è veramente troppo presto alle 9 di mattina le redazioni dei giornali sono deserte.  Lascio un messaggio: “Arrivo quando posso. Devo recuperare mia moglie a Brooklyn”. Mia moglie era a Bayridge e mi domandavo come sarebbe tornata a casa. Metropolitane ferme, ponti bloccati, treni della Llirr immobili alla Pennsylvania Station. Impossibile contattarla al cellulare. Indeciso, non sapevo cosa fare. Passano i minuti e io resto sempre incollato davanti la tv. Alle 9:46 un altro flash. “Il Pentagono colpito da un altro aereo”.

Ground-ZeroSono sbalordito oggi come lo ero 10 anni fa. Il Pentagono non aveva un sistema di difesa missilistica. Alle 9:55 crolla la Torre Sud, alle 10:08 Manhattan è  isolata: il sindaco Rudolph Giuliani ordina il blocco di tunnel e ponti. Pochi minuti prima del crollo della Torre Nord. Da casa mia, su una collinetta di Long Island, una colonna di fumo è visibile sulla punta di sinistra di Manhattan. In televisione le scene sono ipnotizzanti. Le immagini mostrano migliaia di persone che hanno abbandonato gli uffici e si sono riversate in strada. Sembrano fantasmi bianchi di polvere, in lacrime, si aggirano nelle strade di Wall Street. Mi telefonano da tutto il mondo: dall’Italia mia sorella e i mei nipoti vogliono sapere come stiamo. “Tutto bene per me. Devo rintracciare mia moglie”.

Dall’Austria uno zio con il quale sono molto legato, vuole sapere come sto io e la mia famiglia. Poi mi da la notizia che proprio quel giorno, mia zia, la sorella di mio padre, è scomparsa. “Ho un motivo in più per piangere penso” e le lacrime mi sgorgano. Inarrestabili. Piango e non so se per il dolore della perdita familiare, per questa New York così ferita.  Le immagini mostrano una città in silenzio i cui suoni sono solo le sirene delle ambulanze e dei vigili del fuoco. E poi centinaia di migliaia di persone che a piedi, attraverso i ponti fuggono a piedi verso Queens, Brooklyn, il Bronx, il New Jersey. Una città coperta per chilometri da una patina di polvere di morte: la polvere delle Torri crollate.

Ma non finisce qui. Un altro flash. Questo da Shanksville, dove il volo 93 della United Arlines si è schiantato su un campo di granturco in mezzo al niente. L’America è sotto attacco. Non si riesce a capire chi lo abbia lanciato. Tutti i mezzi di trasporto: treni, autobus e aerei vengono bloccati. Non si parte e non si arriva. I ponti sbarrati. Debbo andare a Brooklyn a prendere mia moglie ma non so come fare. E lei cammina da Bayridge fino a Queens. Da un telefono fisso riesce a chiamarmi. E’ in macchina con altri colleghi di lavoro. Ci diamo un appuntamento a Main Street a Flushing. Sto per lasciare casa quando mi telefonano alcuni colleghi dall’Italia. Dall’Aga, dove tanti anni fa collaboravo, Riccardo Bormioli mi chiede un pezzo. Mi chiama Gianni Ugolini. Il fratello, anche lui giornalista, vuole un pezzo per il GR1. Scrivo, detto e mi metto in auto. La Long Island Expressway è bloccata. A passo d’uomo riesco ad arrivare a Queens Boulevard. Mia moglie, nel frattempo, è riuscita ad arrivare a casa. Faccio marcia indietro e torno a casa. Si son fatte le 3 del pomeriggio. Moglie e figli stanno bene. Ora debbo andare al giornale. Tre ore dopo sono in redazione.



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Commenti  

 
# f. schembari 2010-10-31 22:27
Egregio direttore, credo di essere daccordo con Lei nel Suo commento politico e' quindi mi associo alle Sue opinioni in tutto, bravo e' speriamo che' dopo le elezioni non ci tocca metterci le macshere a gas. Buon lavoro a tutti.
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